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Psicologia e Realismo

Il realismo filosofico come mediatore del dialogo tra psicologia e fede

La tesina che segue è tratta da un elaborato del dr. Stefano Mancini scritto nell'ambito del Master in Scienza e Fede istituito dall' Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma.



1. IL PROBLEMA DELLA NASCITA DELLA PSICOLOGIA

1.1 Breve storia della psicologia antica in Occidente

 

         Nella storia dello sviluppo scientifico la nascita della psicologia costituisce ancora oggi un problema di non facile soluzione. Etimologicamente il termine psicologia deriva da due parole greche: psyché (ψυχή) = anima e logos (λόγος) = parola. La psicologia dunque, secondo le prime concettualizzazioni del pensiero greco espresse in Socrate e Platone[1], parla dell’anima dell’uomo, della sua immortalità, purezza e perfezione rispetto al corpo (σμα), al mondo sensibile, materiale e corruttibile.

 

Con l’avvento del Cristianesimo, il dualismo platonico è andato verso un progressivo indebolimento: il mistero dell’Incarnazione, Morte e Risurrezione di Gesù Cristo riguardava la salvezza dell’uomo nella sua interezza; infatti ‹‹Ora, se si annuncia che Cristo è risorto dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non vi è risurrezione dei morti?›› (1 Cor 15,12). La risurrezione diventava un evento della carne[2]. e il corpo non più l’incrostazione dell’anima[3].

 

La massima espressione della sintesi filosofica capace di conciliare il dualismo anima-corpo si ebbe con San Tommaso d’Aquino il quale, ripercorrendo alla luce della Rivelazione il pensiero greco aristotelico, definì l’anima quale forma sostanziale del corpo, ossia l’anima spirituale è forma della materia.

 

[…] forma e materia, unite sostanzialmente, costituiscono il corpo vivente umano, l’unica sostanza personale dell’uomo e di quel “singolo” uomo, capace di operazioni vitali vegetative (metabolismo, accrescimento, riproduzione), senso-motorie ed intellettive[4].

 

Nel mondo medievale, in particolare per la scolastica, la mente stava alla base delle due facoltà principali dell’anima razionale: intelletto e volontà. Pur con diverse correnti e posizioni, tale visione dell’essere umano durò fino al XVII secolo, quando il razionalismo cartesiano riportò ad una netta separazione tra anima (res cogitans) e corpo (res extensa).

 

Nell’antropologia cartesiana l’anima non indica solo un principio spirituale, ma una vera e propria ‹‹sostanza pensante›› (res cogitans), creata direttamente da Dio indipendentemente dal corpo, e quindi sottratta al determinismo delle leggi naturali, cioè dotata di una volontà libera e immortale. Il corpo, che è invece una ‹‹sostanza puramente estesa›› (res extensa), paragonabile in tutto e per tutto ad una macchina (o automa), funzionante secondo le leggi della natura e quindi mortale. E’ questo il famoso dualismo cartesiano tra anima e corpo[5].

 

1.2. La nascita incompiuta della psicologia moderna: tra illuminismo e positivismo

 

Il successivo sviluppo post-cartesiano pare guidato da un progressivo sforzo razionalistico nel presunto tentativo di fondare la conoscenza umana sulla ragione e non più sul mito[6]. Nel campo della psicologia comincia ad imporsi la filosofia humiana della mente: ricondotta la ragione nei limiti dell’empirismo naturale ad opera di Locke, e vista con crescente scetticismo ogni possibilità di poter accedere alla conoscenza delle realtà ultraterrene, il termine mente (inglese mind) perde passo dopo passo la sua relazione con la realtà spirituale, in particolare con l’anima.

 

[…] col termine mind si intende, nel pensiero moderno ed in quello anglosassone in particolare, l’insieme degli stati e/o delle funzioni coscienti dell’uomo, in quanto contrapposto alla sostantificazione cartesiana della coscienza nei termini della res cogitans, di una ‹‹sostanza individuale pensante di natura immateriale››.[7]

 

Con Hume la psicologia subisce il primo esteso tentativo di venir ridotta alla semplice relazione tra le cosiddette funzioni superiori della psiche (memoria, intelligenza e volontà) e le loro basi logico-razionali, fisiche e materiali.[8] Nonostante l’influsso costruttivo di alcuni pensatori moderatamente razionalisti, per i quali il problema ontologico dell’uomo rimaneva un punto chiave della ricerca filosofica e psicologica[9], l’ evoluzione post-humiana della psicologia risentì notevolmente degli sviluppi in senso criticistico e idealistico della filosofia dell’epoca.

 

Con Kant ed Hegel, accomunati da un approccio razionalista radicale, si cercò di costruire una sintesi razionale unitaria di tutta la realtà. Sistematicamente, attraverso queste due grandi impostazioni filosofiche, il soggetto pensante per mezzo della propria ragione diventava la fonte della realtà stessa. Perso un reale riferimento alla dimensione del trascendente, da cui l’uomo avrebbe potuto attingere per integrare la propria ragione alla luce delle verità di fede, le cause di ogni evento cominciarono ad essere ricercate nell’immanente, nella natura, nei processi fisico-chimici e biologici.

 

Tale panorama filosofico si mostrò essere il terreno fertile per la fondazione del positivismo ad opera di A. Comte. La nascita delle scienze positive sembrò sancire la fine di ogni riferimento metafisico riducendo l’uomo a semplice osservatore di fatti. Tuttavia, coerentemente con il rigore razionalistico del filosofo francese, la psicologia non poteva essere inclusa nelle scienze positive in quanto, appunto, ‹‹non si può avere scienza se non di fatti››[10].

 

1.3. La nascita della psicologia moderna: tra idealismo e realismo

 

Se il successivo sviluppo delle correnti idealiste rischiava di inglobare nell’Io tutta la realtà, dall’altro lato il positivismo rischiava di sopprimere ogni significato dell’Io dato alla realtà, entrambe posizioni che rendevano difficile lo sviluppo della psicologia.

 

In tale contesto storico, una prima risposta in senso realista si ebbe con J. F. Herbart.[11] Secondo il filosofo tedesco, considerato da molti il padre della pedagogia scientifica, la realtà esiste indipendentemente dall’Io e di essa ne parlano sia le scienze esatte sia la metafisica; le prime hanno il compito di raccogliere i dati empirici, la seconda ha il compito, nel pensiero del filosofo, di rendere intelligibili i concetti che l’esperienza le impone. Secondo tale posizione realista la filosofia e le scienze non possono negare la metafisica. Secondo Herbart,

 

L’anima è un reale semplice e immutabile in relazione con altri reali; gli atti di autoconservazione dell’anima producono delle rappresentazioni che hanno intensità diverse, quantificabili matematicamente. Il grado di intensità di una rappresentazione che affiora alla coscienza costituisce così uno stato psichico che è matematicamente determinabile e quindi classificabile.[12]

 

Sulla base di questo terreno nacque la moderna psicologia sperimentale, ad opera di due ricercatori tedeschi: T. G. Fechner e W. M. Wundt. Il primo, all’inizio profondamente materialista, divenne uno dei più forti critici del fisicalismo materialista; egli fu il fondatore della psicofisica e le sue ricerche portarono alla enunciazione della legge di Weber-Fechner, per cui la sensazione è proporzionale al logaritmo dell’intensità dello stimolo (Elementi di psicofisica, 1860).

 

Per quanto riguarda Wundt, fondatore a Lipsia del primo laboratorio di psicologia sperimentale, i tratti della sua epistemologia possono essere colti nella seguente citazione riguardante la nascita della psicologia moderna:

 

Come mostra la carriera di Wundt, questa [la ‹‹nuova psicologia›› (nota dell’autore)] nacque dall’assunto che i metodi scientifici conducono ad una filosofia migliore, e non dal tentativo di anteporre la scienza alla filosofia come approccio alla mente. Le scienze naturali godettero di enorme prestigio durante l’Ottocento, in buona misura a spese della filosofia; tuttavia, in Germania, quanti coltivavano le scienze naturali avevano alle spalle studi filosofici e molti di loro perseguivano l’ideale dell’integrazione della conoscenza in una sintesi filosoficamente coerente. Questo fu sicuramente il caso di Wundt.[13]



[1] Cf. G. REALE, Storia della filosofia antica, Vita e pensiero, Milano 1975.

[2] Al riguardo si pensi già ai primi simboli o professioni di fede, ad es. H. DENZINGER, Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum, EDB, Bologna 2001, nn. 2-35.

[3] Cf. G. REALE – D. ANTISERI, Storia della filosofia, Vol. 1, Bompiani, Milano 2009, pp. 353-354.

[4]  G. TANZELLA-NITTI – A. STRUMIA, Dizionario interdisciplinare di scienza e fede, Vol. 1, Città Nuova Editrice, Roma 2002, p 929.

[5] G. TANZELLA-NITTI – A. STRUMIA, Dizionario interdisciplinare…, Vol. 2, p 1702.

[6] Cf. ad es. Denis Diderot in Archivum – Documenti della Storia della Chiesa, a cura di Natale Benazzi, Edizioni Piemme, Casale Monferrato 2000, p 955-956. Scrive il filosofo francese: ‹‹Una religione vera… deve avere i caratteri dell’eternità, dell’universalità e dell’evidenza. Nessuna possiede questi tre caratteri. Dunque, tutte quante son dimostrate tre volte false››. E’ la pretesa della ragione umana di ergersi a regola e metro di tutto il reale; invece di adattarsi alla realtà, essa riduce la realtà ai suoi criteri e giudizi.  

[7] G. TANZELLA-NITTI – A. STRUMIA, Dizionario interdisciplinare…, Vol. 1, p 920-921.

[8] Cf. D. HUME, Trattato sulla natura umana, in HUME, Opere filosofiche,Laterza, Bari 2008. E’ interessante sottolineare come per Hume l’anima venga intesa come una corrente di fatti ed eventi psichici in continuo movimento, fluttuanti, aprendo la strada alla interpretazione dei vissuti personali, delle emozioni, dei desideri e degli atti di volontà quali riflessi interiori dei processi fisiologici in un parallelismo psico-fisico.

[9] Fra questi si colloca l’opera di Christian Wolff, in particolare nel nostro caso le opere Psychologia empirica (1732) e Psychologia rationalis (1734), in cui tratta, rispettivamente, delle manifestazioni dell’anima nel corpo (avvalendosi del metodo sperimentale) e del problema dell’anima umana in generale.

[10] Cf. A. COMTE, Corso di filosofia positiva, UTET, Torino 1979. Nel pensiero di Comte la psicologia non poteva essere vera scienza almeno per due aspetti: da un lato l’uomo si trovava ad essere sia osservatore che fenomeno osservato, escludendo ogni oggettività; dall’altro, la psicologia poteva essere comunque ridotta alla biologia o alla sociologia, essendo la psiche umana non una realtà dotata di libertà, ma strettamente dipendente da fattori organici o sociali.

[11] Si veda in proposito Il realismo di Johann Friedrich Herbart in G. REALE – D. ANTISERI, Storia della filosofia, Vol. 7, Bompiani, Milano 2010, pp. 479-486. Fra le opere di Herbart in questo ambito ricordiamo Psicologia come scienza del 1825.

  [12]  Cf. Enciclopedia Garzanti di filosofia, Garzanti Editore, Milano 1997, alla voce Herbart, Johann Friedrich, p. 494.

[13]  R. SMITH, Storia della psicologia, Il Mulino, Urbino 2004, p. 23.

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2. SVILUPPI E INDIRIZZI DELLA PSICOLOGIA MODERNA

2.1 Principali teorie psicologiche: il contributo di Brentano

 

Nell’arco di una cinquantina di anni, lo sviluppo della psicologia vide la nascita di numerose correnti epistemologiche (strutturalismo, funzionalismo, psicologia della forma, psicoanalisi, comportamentismo) a dimostrazione della complessità dello studio della psicologia rispetto alle altre scienze naturali. Come era stato colto da Comte, l’oggetto d’indagine era anche il soggetto d’indagine e le differenze tra psicologia e filosofia non sempre erano chiare.

 

Emblematico in questo senso, sui futuri sviluppi della psicologia moderna, è l’influsso che ebbe F. Brentano, filosofo e psicologo austriaco, il quale

 

[…] adottando un linguaggio tecnico che rimandava alla filosofia tomistica medievale, interpretava il ‹‹mentale›› in termini di intenzionalità: mentale è un atto che si riferisce o è diretto ad un oggetto; vedere è vedere qualcosa. […] Diversamente dagli studi di psicologia fisiologica, forniva un linguaggio per descrivere la mente nei termini delle sue proprietà e delle sue attività anziché in termini di stati fisici. Gli studiosi di Wurzburg, i cui esperimenti dimostravano l’impossibilità di analizzare il pensiero in elementi sensoriali, trovarono un’applicazione pratica a tale linguaggio.[1]

 

La Scuola di Brentano ebbe molta influenza sia in psicologia sia in filosofia. Elementi importanti del suo pensiero furono alla base della nascita della psicologia della Gestalt nonché della psicoanalisi di Freud, dove l’elemento mentale tout court cominciò ad assumere rilievo anche come psicopatologia (nella psicologia dell’inconscio), in contrapposizione alle alterazioni mentali organiche.

 

Tuttavia il rischio era sempre quello di far scivolare la psicologia da scienza naturale a puro costrutto filosofico, fondamentalmente contesa tra monismo materialista e spiritualismo deista. A sostegno di questa tesi può essere d’esempio il caso di Freud da un lato e di James dall’altro.

 

Freud, ateo, cercò abbondantemente di far uso delle intuizioni della psicanalisi per screditare le religioni storiche e avvallare la sua ideologia antireligiosa[2]; viceversa James, su cui torneremo, applicò la sua ricerca psicologica al fenomeno religioso approdando ad una sua personale metafisica.[3]

 

2.2 Principali orientamenti attuali della psicologia

 

Come abbiamo visto, la storia della psicologia si intreccia con la storia del pensiero dell’uomo, con la sua ricerca di verità su se stesso e quindi anche con la filosofia. Oggi, più che parlare di correnti psicologiche, si tende a parlare di approcci alla dimensione psicologica dell’uomo, fondamentalmente divisi in cinque tipologie: biologico, comportamentale, cognitivo, psicodinamico e, infine, umanistico.[4] Ognuno di questi approcci, come per le correnti storiche, enfatizza un aspetto della ricerca psicologica a discapito dell’ altro (ad es. quello fisiopatologico organicista, quello del condizionamento comportamentale, quello della percezione e dell’apprendimento, quello dell’ inconscio, quello della realizzazione personale) ma, ciò che è più importante notare, ognuno di essi tende ad avere substrati filosofici che non risultano neutrali nei confronti del senso della vita. Ciò potrebbe sembrare un dato inevitabile della ricerca psicologica, a meno che non si riesca a concepire una psicologia davvero scientifica, ateoretica e neutrale rispetto la dimensione metafisica.

 

Come emerge dalla riflessione di S.L. Jaki, nella storia dello sviluppo scientifico la psicologia continua a rivestire dei caratteri tutti particolari.

 

La psicologia ha un segmento ridotto, la psicometria, che è scienza; il resto non è che filosofia, di solito pessima. Si può dire lo stesso riguardo alla sociologia, per tacere della cosiddetta scienza politica. Due generazioni fa c’era una tendenza verso l’elaborazione di una filosofia scientifica, sotto forma del positivismo logico. Uno dei suoi principali esponenti, Ayer, a Oxford, finì per concludere che nel positivismo logico quasi tutto era sbagliato. Una moda più recente è la fenomenologia, di cui solo ricordo l’ammissione di Husserl che tutta la sua vita era trascorsa alla vana ricerca di un soddisfacente punto di partenza. […] Parlare di fenomenologia ontologica è fare un gioco di parole privo di significato.[5]

 

La tendenza ampiamente diffusa oggigiorno consiste nel percepire la ricerca psicologica, nonché ovviamente la ricerca in seno alle scienze naturali, quale unica fonte di verità su cui basare la conoscenza propria dell’uomo e della realtà che lo circonda. Una tale visione non può che essere arbitraria e parziale; in ultima analisi, non può che essere terreno per una antropologia che svilisce la complessità e i bisogni dell’essere umano.


[1]  R. SMITH, Storia della psicologia, Il Mulino, Urbino 2004, p.38.

[2]  L’intento di Freud è esplicitamente dichiarato in molti momenti della sua vita ma specialmente nelle sue ultime opere quali L’avvenire di un’illusione (1927), Il disagio della civiltà (1929), L’uomo Mosè e la religione monoteistica (1934-1938).

[3]  Si veda ad es. Il significato della verità (1909) e Un universo pluralistico (1909) in cui viene progressivamente elaborata una concezione panpsichista governata da un Dio finito.

[4]  W.E. GLASSMAN – M. HADAD, Approaches to Psychology, McGraw-Hill, New York 2009.

[5]  S.L. JAKI, Quello che Dio ha separato…Riflessioni sulla scienza e la religione, 21mo Secolo, n. 1-2005.

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3. REALISMO FILOSOFICO E PSICOLOGIA

3.1 Il realismo quale difesa dell’essere umano nella sua interezza

 

Nel 1892 W. James scriveva:‹‹What is a natural science, to begin with? It is a mere fragment of truth broken out from the whole mass of it for the sake of practical effectiveness exclusively. Divide et impera.››[1]

 

James, filosofo e psicologo statunitense, fu il fondatore del pragmatismo e del funzionalismo psicologico, posizione che si riassume prendendo come criterio di verità ciò che consente all’individuo di operare sulla realtà. Nonostante le sue ricerche psicologiche, basate su di un empirismo radicale, non poté fare a meno di concentrarsi successivamente sul problema religioso, arrivando ad ammettere la presenza di un Dio finito; questo per giustificare la presenza del male nell’Universo.[2]

 

Risulta strano come un grande pensatore come lui sia stato in grado di percepire la limitatezza del dato materiale (frammento di verità) senza riuscire a definire una metafisica degna dell’aspirazione dell’uomo (il suo Dio rimane finito). In verità, il problema sembra consistere proprio nel grado di apertura alla realtà, ossia in una posizione ideologica, non empirica né tanto meno scientifica.

 

Il danno prodotto dal razionalismo radicale è un elemento ben noto al Magistero della Chiesa. Nel momento in cui la persona vuole ottenere ogni conoscenza in virtù della ragione è come se cercasse di volare con un’ala soltanto.[3]

 

In verità, dedicandosi più del dovuto alla scienza delle cose naturali, ritornati ai deboli e miserabili elementi del mondo…e a essi di nuovo servendo [cf. Gal 4,9] come deboli in Cristo si nutrono ‹‹di latte e non di cibo solido›› [Eb 5,12], e sembra che in nessun modo il loro cuore sia stato reso saldo dalla grazia […]. E mentre essi cercano più del dovuto di rafforzare la fede con la ragione naturale, non la rendono forse in un certo qual modo inutile e inconsistente?[4]

 

La retta filosofia, attingendo alla ricchezza delle evidenze sperimentali e al patrimonio di fede della Chiesa, ha proprio il compito di portare ad un dialogo articolato e costruttivo tra scienza e fede[5]. In particolare, la filosofia realista si propone come via preferenziale capace di stabilire un dialogo costruttivo e articolato tra la dimensione scientifica e quella metafisica, evitando il rischio di cadere in posizioni concordiste o discordiste.[6]

 

Il realismo possiede queste cinque dimensioni:

1) L’affermazione dei concetti universali, contro il nominalismo.

2) L’affermazione che la realtà si estende oltre ciò che la scienza può misurare, contro il positivismo.

3) L’affermazione del valore del metodo scientifico in sé, contro lo strumentalismo che gli attribuisce un valore meramente pragmatico nel campo della ricerca scientifica.

4) L’affermazione dell’esistenza obiettiva del mondo esterno, contro l’idealismo.

5) L’affermazione che la realtà ha senso, contro il nichilismo.[7]

 

3.2 Un esempio concreto: il padre Agostino Gemelli

 

Nel panorama italiano ed internazionale della psicologia del XX secolo la figura di Gemelli riveste un ruolo fondamentale almeno per due aspetti: il primo, per la promozione della separazione della psicologia dalla filosofia caldeggiando una chiara distinzione d’intenti tra psicologi-scienziati e filosofi-umanisti; il secondo, la diffusione della psicologia con un taglio sia sperimentale (studio della percezione sia nell’uomo che nell’animale) sia pratico, quale la psicologia industriale e del lavoro, dell’educazione, la psicologia giudiziaria e delle carceri.[8]

 

Gemelli seppe coniugare le istanze della fede con una mirabile promozione della ricerca empirica in psicologia, evitando ogni forma di concordismo. Consapevole infatti che la ricerca scientifica deve essere ateoretica e neutrale rispetto al mondo metafisico, fu scevro dall’utilizzare la psicologia per confermare o meno le verità di fede. Dall’altro lato, come filosofo e sacerdote, riuscì a promuovere la filosofia neotomista nel solco del Magistero della Chiesa, recependo la validità e la ricchezza della proposta filosofica lanciata da Papa Leone XIII nell’ enciclica Aeterni Patris (1879).

 

Fu protagonista del dibattito culturale del suo tempo, offrendo con la sua singolare testimonianza di sacerdote e di scienziato una prova certa della compatibilità fra fede e scienza, che divenne in lui sintesi capace di generare imprese pionieristiche nella formazione delle giovani generazioni.[9]

 

Lontano da ogni preconcetto ideologico, attento e prudente verso tutto ciò che si potesse connotare come riduzionistico sia in senso positivistico che idealistico (fu critico sia verso la psicologia fenomenologica sia verso la psicoanalisi, riservandole alcune aperture nel corso degli anni) al fine di salvaguardare l’essere umano da uno scadimento in visioni materialiste, deterministiche o utilitaristiche, Padre Gemelli seppe promuovere una visione antropologica realmente completa.

 

Si è già accennato al fatto che anche Gemelli (come De Sarlo) ascrive alla psicologia una duplicità di oggetto: oltre al comportamento manifesto, la dimensione psicologica non può non investire il problema di ciò che sta dietro al comportamento, di ciò che lo struttura e ne è il retroterra e, dunque, il problema del mondo interiore, ovvero, nella terminologia di Gemelli, dell’anima. […] Tuttavia, se la psicologia non può non porre il problema dell’anima (il mondo interiore), nel contempo, con i metodi delle scienze naturali di cui dispone, essa non è in grado di prospettarne alcuna soluzione e deve pertanto ‹‹lasciare ai filosofi di risolverlo››.[10]



[1]  W. JAMES, A plea for psychology as a ‘Natural Science’, The Philosophical Review, Vol. 1, No. 2, (March, 1892), p. 146-153.

[2]  Cf. Enciclopedia Garzanti di filosofia, Garzanti Editore, Milano 1997, alla voce James, William, p. 574.

[3]  In riferimento a questa immagine cf. GIOVANNI PAOLO II, Fides et ratio, in Tutte le encicliche, Bompiani, Milano 2010, p. 2162:‹‹La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità.››

[4]  H. DENZINGER, Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum, EDB, Bologna 2001, n. 824. Così scriveva Papa Gregorio IX ai teologi di Parigi nel 1228. Ciò è interessante a cenno dimostrativo sia di come l’impeto razionalista abbia spesso minacciato, già molti secoli prima dell’età dei Lumi, la dimensione autentica della fede, sia di come l’indagine delle scienze naturali non si fondi nel positivismo ma abbia radici remote che affondano nel Medioevo.

[5] Questo, come sappiamo, è il messaggio fondamentale dell’enciclica Fides et ratio di Giovanni Paolo II, nella promozione di una ragione a servizio dell’uomo e non viceversa.

[6] Cf. D. LAMBERT, Scienze e teologia. Figure di un dialogo, Città Nuova, Roma 2006.

[7]  P. HAFFNER, Creazione e creatività scientifica, Gracewing, Leominster 2009.

[8]  R. SMITH, Storia della…, pp. 138-141.

[9] G. TANZELLA-NITTI – A. STRUMIA, Dizionario interdisciplinare…, accesso online alla pagina internet http://www.disf.org/scienziaticredenti/gemelli.asp. Si rimanda a tale risorsa ogni dettaglio sulla vastissima produzione scientifica e filosofica di Padre Gemelli. 

[10]  R. SMITH, Storia della…, pp. 139-140. Tra virgolette basse: A. GEMELLI – G. ZUNINI, Introduzione alla psicologia, Vita e Pensiero, Milano 1966, p. 47.

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4. NOTE CONCLUSIVE

4.1 Problemi attuali e prospettive future

 

Nel Capitolo 2.2 si è accennato ai diversi approcci della psicologia attuale, condensati in cinque tipologie fondamentali. Tuttavia, il panorama a cui stiamo assistendo va ben oltre tali grandi sistemi teoretici, vedendo nel seno di questi (o al di fuori di essi) una infinità di correnti minori che si muovono su di un continuum che per estremi ha il monismo materiale da un lato[1] e la psicologia esoterica dall’altro.[2]

 

Entrambe queste posizioni hanno a livello antropologico un rischio notevole. La riduzione dell’uomo a pura e semplice materia mette l’essere umano a rischio di ogni manipolazione utilitaristica creando un terreno in cui lo sviluppo di una scienza veramente attenta ai bisogni dell’umanità diventa impossibile. La chiusura alla dimensione spirituale provoca inevitabilmente una frattura tra tecnologia e umanità, rendendo la prima incapace di provvedere alle necessità della seconda, se non addirittura invertendo il paradigma e ponendo ideologicamente l’uomo a servizio del progresso scientifico. Nel campo della salute mentale i danni possono essere notevoli; una concezione materialista si chiude inevitabilmente ai bisogni spirituali dell’individuo diventando di per sé alienante. Inoltre si può arrivare a casi estremi di diagnosi errata; basti pensare al caso delle possessioni diaboliche, negate dalla corrente materialista e trattate ciecamente come problemi psiconeurologici con farmaci o altri approcci terapeutici inadeguati.[3]

 

Per quanto riguarda le derive esoteriche, ovviamente si trovano al di fuori di ogni pretesa scientifica; tuttavia bisogna notare almeno due aspetti: il primo è che non di rado vengono presi elementi di derivazione scientifica (teorie quantistiche, magnetismo, ecc…) al fine di cercare di dar loro un’apparenza di scientificità; il secondo aspetto è di tipo antropologico, ossia l’esaltazione del fenomeno mentale, della trasformazione dell’Io, dello spiritualismo rischiano di portare l’individuo verso forme di alienazione dovute alla negazione della dimensione materiale della persona (diete estreme, esercizi fisici strenui, pratiche esoteriche pericolose, ecc…).

 

4.2 Mantenere il corretto orientamento antropologico dell’uomo

 

Il realismo si pone, quindi, come approccio filosofico di base capace di promuovere un dialogo fecondo tra psicologia e vita di fede, così come tra scienza e fede in generale. In questi anni il lavoro del padre gesuita Giovanni Cucci sta fornendo importanti contributi a tale proposito, capaci di arricchire entrambi i campi di indagine.[4] Fondando la propria analisi sui vari aspetti della dimensione psicologica e religiosa dell’uomo, l’opera di Cucci dimostra come psicologia e fede non siano in rapporto di esclusione, ma nel rispetto della rispettiva autonomia possono articolarsi per il bene e la comprensione dell’essere umano.

 

D’altro canto, l’insegnamento storico della Chiesa e, in particolare, il Magistero recente di Papa Giovanni Paolo II e del suo successore Benedetto XVI, si muovono costantemente verso una fruttuosa collaborazione tra fede e scienza, compresa la psicologia aperta ad una dimensione antropologica adeguata dell’essere umano. In questo contesto, tutte le scienze empiriche non si oppongono alla verità, poiché anch’esse sono al servizio della ricerca dell’unica verità esistente (cf GIOVANNI PAOLO II, Fides et Ratio, n. 34:‹‹L’unità della verità è già un postulato fondamentale della ragione umana, espresso nel principio di non-contraddizione››).

 

Lo scienziato è ben consapevole che ‹‹la ricerca della verità, anche quando riguarda una realtà limitata del mondo o dell’uomo, non termina mai; rinvia sempre verso qualcosa che è al di sopra dell’immediato oggetto degli studi, verso gli interrogativi che aprono l’accesso al Mistero››.[5]

 

            Ciò vale certamente anche per la ricerca psicologica.



[1] Cf ad es. J. LEDOUX, Il cervello emotivo. Alle origine delle emozioni, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2004; G.M. EDELMAN – G. TONONI, Un universo di coscienza. Come la materia diventa immaginazione, Einaudi, Torino 2000.

[2]  Si veda ad es. D. MARRE’, La psicologia esoterica. Un viaggio dall’occulto all’inconscio, Xenia, Milano 2007; B. DOUGLAS, Psicologia esoterica, Crisalide, Latina 1994; A.A. BAILEY, Esoteric Psychology: A Treatise on the Seven Rays, Lucis Publishing Company, London 2002. Sono evidenti gli influssi delle correnti antroposofiche e teosofiche con perdita pressoché completa del valore scientifico e l’acquisizione di componenti gnostiche.

    [3]  Sui rischi psicologici di un’antropologia inadeguata si veda ed es. R. LUCAS LUCAS, Orizzonte verticale, San Paolo, Milano 2007.

[4]  Si veda ad es. G. CUCCI, Esperienza religiosa e psicologia, Elledicì, Torino 2009; G. CUCCI, Il ritorno del realismo in filosofia, La Civiltà Cattolica, 2011, IV 131-140; G. CUCCI, Il simbolo in psicanalisi. Il contributo di Freud. La Civiltà Cattolica, 2011, IV 258-270; G. CUCCI, Il simbolo in psicanalisi. Il contributo di Jung,2011, La Civiltà Cattolica, IV 431-441.  

[5] GIOVANNI PAOLO II, Fides et ratio, in Tutte le encicliche, Bompiani, Milano 2010, p. 2363.

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BIBLIOGRAFIA

 

 

 

AA. VV., Enciclopedia Garzanti di filosofia, Garzanti Editore, Milano 1997.

BAILEY, A.A., Esoteric Psychology: A Treatise on the Seven Rays, Lucis Publishing Company, London 2002.

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COMTE, A., Corso di filosofia positiva, UTET, Torino 1979, a cura di F. Ferrarotti.

CUCCI, G., Esperienza religiosa e psicologia, Elledicì, Torino 2009.

CUCCI, G., Il ritorno del realismo in filosofia, La Civiltà Cattolica, 2011, IV 131-140.

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DENZINGER, H., Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum, EDB, Bologna 2001, edizione bilingue.

DOUGLAS, B., Psicologia esoterica, Crisalide, Latina 1994.

EDELMAN G.M. – TONONI, G., Un universo di coscienza. Come la materia diventa immaginazione, Einaudi, Torino 2000, traduzione curata da S. Ferraresi.

GIOVANNI PAOLO II, Fides et ratio, in GIOVANNI PAOLO II, Tutte le encicliche, Bompiani, Milano 2010, con testo latino a fronte.

GLASSMAN, W.E. – HADAD, M., Approaches to Psychology, McGraw-Hill, New York 2009.

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